PRENDETEVI TUTTO: Francesco, scandalo ad Assisi”

“Prendetevi tutto”
Francesco, scandalo ad Assisi
PRENDETEVI TUTTO – FRANCESCO, SCANDALO AD ASSISI
Un corpo nudo medievale squarcia il vuoto della nostra contemporaneità.
Testo e Regia: Antonio Mocciola
Con: Tommaso Sepe
Arriva sulle scene un Francesco d’Assisi inedito, carnale, spietato e disperatamente poetico. “Prendetevi tutto – Francesco, scandalo ad Assisi”, scritto e diretto da Antonio Mocciola, è un viaggio mistico e politico che azzera la distanza tra il Medioevo umbro e le gabbie dorate del nostro presente.
In scena, l’attore Tommaso Sepe incarna il santo restando sempre nudo per l’intera durata dello spettacolo. La sua nudità non è provocazione, ma urgenza drammaturgica: è il corpo nudo che si fa “carne aperta”, che rifiuta ogni possesso e si martirizza tra le spine per farsi invadere dall’Assoluto, fino al miracolo doloroso e grato delle stimmate.
Ma il vero scandalo di questo Francesco non risiede solo nel passato. Con una violenta e spiazzante rottura della quarta parete, lo spettacolo si proietta nel nostro quotidiano. Sotto una livida luce al neon, il santo rivolge le sue mani sanguinanti verso la platea e lancia un’invettiva profetica contro le nostre nevrosi moderne: “Le vostre case vi abitano, e vi rendono impotenti. Tornate ad abitare le vostre case. Dio è l’architetto”. L’uomo contemporaneo, suggerisce la regia di Mocciola, ha sostituito la ricerca di Dio con la schiavitù del superfluo e dei mutui trentennali.
Il climax drammatico si risolve in un finale ipnotico e alienante: sulle note rarefatte e desolate di solari di Ryuichi Sakamoto, la tensione spirituale capitola davanti a un freddo scontrino fiscale. Una mitragliata ossessiva e monocorde di soli sostantivi casalinghi (dal tagliabanane al portaavocado) riduce la nostra intera civiltà a un cumulo di ridicola plastica.
Un’opera visionaria che toglie il respiro, che scuote le coscienze e lascia lo spettatore nel buio, a fare i conti con il ticchettio del proprio vuoto interiore.
Sinossi
L’opera si apre nel cuore del Medioevo umbro, dove un Francesco d’Assisi febbrile e radicale consuma il proprio strappo dal mondo. In un climax di estasi e misticismo esasperato, il corpo del santo diventa il teatro di un martirio volontario tra i rovi, un rifiuto totale di ogni possesso materiale per farsi carne aperta alla divinità.
Ma il dramma non resta confinato nella cella della storia. Con una violenta rottura della quarta parete, la luce dorata dell’Alvernia cede il passo al neon freddo e asettico della contemporaneità. Francesco si rialza e, mostrando al pubblico i palmi sanguinanti delle stimmate, lancia una durissima invettiva contro la nevrosi dell’uomo moderno.
Il contrasto si fa spiazzante: la ricerca medievale dell’assoluto si scontra frontalmente con la schiavitù contemporanea del superfluo. L’uomo di oggi non si mutila più per Dio, ma si incatena a mutui trentennali, rinchiudendosi in gabbie dorate fatte di cemento e cartongesso. “Le vostre case vi abitano, e vi rendono impotenti” diventa il grido profetico con cui il santo scuote la platea, esortandola a tornare ad abitare lo spazio e a riconoscere Dio come unico, vero architetto dell’esistere.
Sul finale, mentre risuonano le note desolate e minimali di solari di Ryuichi Sakamoto, la tensione spirituale si dissolve in un freddo scontrino fiscale: una mitragliata ossessiva, alienante e monocorde di soli sostantivi casalinghi (dal tagliabanane al portaavocado). Un inventario desolante che riduce la nostra civiltà a un cumulo di ridicola plastica, lasciando lo spettatore nel buio, a fare i conti con il ticchettio del proprio vuoto interiore.

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